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- Scritto da Flap & Stylmartin
Proposto negli anni in molteplici versioni ed edizioni speciali, che noi abbiamo potuto apprezzare, oggi lo stivale da pista top di gamma di Stylmartin aggiunge “l’aria” e si veste per la bella stagione.
Proposto negli anni in molteplici versioni ed edizioni speciali, che noi abbiamo potuto apprezzare, oggi lo stivale da pista top di gamma di Stylmartin aggiunge “l’aria” e si veste per la bella stagione.
Da sempre sostengo che ci sia una gran bella differenza tra scattare foto e fare fotografia.
Una teoria che si basa sul gusto personale e su quello che i miei occhi astigmatici vedono, magari condizionati da un minimo di gusto personale ma ben al di là di essere un esperto.
Proprio in questi giorni Caberg sta annunciando in grande stile la messa in produzione del suo nuovo casco modulare, il "Levo". La domanda quindi nasce spontanea…sì ma quindi come hai fatto già a testarlo?? beh la risposta è relativamente semplice, ed è un mix di opportunità scatenate dall'organizzare il nostro ultimo viaggio in Nuova Zelanda.
Novanta anni fa si chiudeva di fatto la trentennale esperienza #opel come costruttore di motociclette. Quando infatti, nel 1929, la Casa di Rüsselsheim entrò nel gruppo industriale GM fu subito chiaro che gli interessi degli americani erano lontani dalle due ruote e l'anno seguente, si interruppe definitivamente la produzione di biciclette e di motociclette e le attrezzature utilizzate per produrle furono vendute alla NSU.
Sebbene la produzione di autoveicoli fosse in costante aumento, nella Primavera del 1901 i fratelli #opel realizzano che il tempo della motorizzazione di massa era ancora di là da venire e attingendo anche alle loro nuove esperienze motoristiche misero allo studio una prima motocicletta. Un passo, tutto sommato, abbastanza naturale per un’azienda che all’epoca è uno dei maggiori produttori di biciclette.
Nell’Autunno di quello stesso anno costruirono così la loro prima "bicicletta a motore", definizione particolarmente appropriata visto che le #moto dell’epoca avevano ben poco in comune con quelle che oggi noi conosciamo. Avevano un telaio di bicicletta al quale erano adattati un serbatoio e un motore monocilindrico (verticale nel caso della Opel) collegato alla ruota posteriore per mezzo di una cinghia di cuoio. Tutto ciò senza rinunciare ovviamente ai pedali perchè in fondo non si era ancora ben certi di quanto fosse davvero affidabile un motore a scoppio. Per non parlare del fatto che spesso la potenza di quei motori non era sufficiente per superare alcune salite ripide! Il prezzo relativamente accessibile (700 Marchi) della #opel 2 HP decretò l’immediato successo della prima motocicletta #opel.

Motori bicilindrici
Ben presto però il pubblico cominciò a chiedere prestazioni superiori. Per questo motivo, da un lato la potenza della monocilindrica fu aumentata progressivamente entro il 1907 fino a 3,25 CV e dall'altro si costruì una bicilindrica ad accensione elettromagnetica da 3,5 CV. Pur essendo commercializzate a prezzi di rispettivamente 400 e 600 Marchi, questi modelli ebbero un modesto successo e a fine anno uscirono già di produzione.
Sette anni più tardi gli #opel tornarono sui loro passi e misero in cantiere lo sviluppo di una motocicletta leggera e robusta. Furono rispolverati vecchi progetti e si arrivò alla conclusione che la "bicicletta a motore" era il veicolo adatto per il pubblico dell’epoca. Si trattava di una normalissima bicicletta dotata di monocilindrico di 140 cc da 1 CV montato sulla ruota posteriore in grado di raggiungere a malapena i 40 km/h in pianura. Ne furono realizzate tre versioni differenti: una da uomo, una da donna e perfino una sportiva.
I successi sportivi degli Anni Venti
Nei difficili anni del Primo Dopoguerra la produzione di motociclette, ben supportata peraltro da una serie di successi sportivi, contribuì non poco al fatturato della #opel. A partire dal 1922 le speciali monocilindriche a 4 valvole #opel vinsero praticamente tutte le gare tedesche. Uno dei corridori più famosi fu Fritz von #opel, figlio di Wilhelm, che riportò il nome della #opel sulla bocca di tutti.
Verso la metà degli Anni Venti #opel lanciò una monocilindrica di 498 cc che con i suoi 16 CV aveva prestazioni decisamente brillanti. La sua produzione proseguì fino al 1925, quando la #opel sospese nuovamente l’attività in campo motociclistico.
Fu però un’assenza di breve durata perché tre anni dopo la produzione motociclistica riprese nelle officine Elite-Diamant, in Sassonia, di cui i fratelli #opel avevano acquisito il 75%. Nel 1928 fu presentata la Motoclub, una #moto dalla linea moderna e dall'eccezionale maneggevolezza, che raggiungeva i 120 km/h, ma che in realtà era la riedizione di una #moto prodotta con il marchio Neander (dal nome del progettista, il grafico, pittore e costruttore Ernst Neumann-Neander).

La Opel Motoclub
Le principali novità della #opel Motoclub erano rappresentate dal telaio realizzato in profilati d'acciaio stampati e chiodati anzichè in tubi d'acciaio (una soluzione che consentiva di contenere i costi di produzione e il peso della #moto, aumentando al tempo stesso la rigidità e robustezza dell'insieme) e la forcella elastica di insolito disegno. L'offerta al pubblico della Motoclub prevedeva una versione base con motore da 16 CV (1.190 Marchi) e la SS con motore da 22 CV (1.290 Marchi) riconoscibile per i due tubi di scarico, dotate entrambe con cambio a 3 marce. Purtroppo la Motoclub arrivava tardi sul mercato. Da un lato si sentono segni di una crisi industriale e dall'altro la nuova proprietà cambiarono i piani dell’azienda.
GALLERY
Quando l’evoluzione della specie è in atto non possono esserci che benefici per il motociclista.
Anche la V-Strom 1000, apprezzata maxi-enduro di Suzuki è soggetta a costanti adeguamenti che troviamo in questa versione XT ABS Globe Rider che aggiunge alle ottime caratteristiche meccaniche delle sorelle una serie di optional: Fari antinebbia a Led, manopole riscaldate, borse laterali, barra paramotore, cavalletto centrale, borse serbatoio, adesivo paraserbatoio, estensione cavalletto laterale, che uniti ai paramani, ora di serie su tutta la gamma, la rendono davvero un’ottima compagna di avventure.
Dominio Ducati con Alvaro Butista che sul circuito thailandese di Buriram lascia solo le briciole agli avversari e a Jonathan Rea, che nonostante una strenua resistenza e a un piccolo serbatoio di fiducia residua cede su tutte le gare senza poter reagire. Bene la Yamaha di Lowes in forte crescita, deludono le altre Ducati. Polemica tra Rea e Bautista, per uno scontro in Gara1, Bautista "Rea ha cercato il contatto", Rea "normale episodio di gara".
“Four Wheels Move the Body - Two Wheels Move the Soul” una frase di cui si è abusato in questi anni e che comunque tanto piace a noi motociclisti, però è altrettanto vero che anche alcune quattro ruote possono far palpitare il cuore, soprattutto se sono quelle che hanno fatto la storia dell’automobilismo e dei rally.
Erano gli inizi degli anni ’80 e un giovane motociclista entrava in uno storico negozio Milanese per acquistare i suoi primi guanti “Seri” da moto.
Guanti in pelle sportivi simili a quelli usati nel mondiale 500, bianchi e azzurri, che facevano già sognare l’animo sportivo dell’improbabile pilota.
Linea classica, tecnologia moderna e un indiscutibile carisma. Il loro fascino è dato principalmente dal design senza età, ma anche guidarle è un piacere, perché sono facili. Merito della risposta al gas, pronta, e del tiro in basso, appagante.
Vittoria di Andrea Dovizioso nella gara di apertura del mondiale MotoGP 2019, in un finale al fotofinish con Marc Marquez, il pilota Ducati ha dimostrato un'altra volta grande intelligenza, necessaria per regolare il talentuoso campione del mondo. Riemerge Valentino Rossi dalle retrovie, delude Maverick Vinales.
La ADVENTURE RIDING nata nel 2018 da un nutrito gruppo di appassionati tra cui Renato Zocchi che non ha certo bisogno di presentazione per quanto riguarda il suo passato, ma anche presente, agonistico nel fuoristrada e tantomeno in qualità di organizzatore di eventi tra cui, tanto per citarne uno, il Rally di Sardegna organizzato a partire dal 1984 con il fratello Guido.
Guardando la scheda tecnica sul sito Clover leggo che la giacca Scout III viene definita come "Giacca Tecnica Touring a lungo raggio”; di conseguenza avendo scelto di portarla in Nuova Zelanda è abbastanza a lungo raggio???? Certo in tutta onestà nella terra dei Maori non ci sono andato guidando, ma credimi l’ho indossata anche in aereo…e non è una battuta, visto che sui voli intercontinentali la temperatura in cabina probabilmente la decide uno Yety!!!
Tornado seri, anticipare il periodo primaverile all’ inizio di febbraio in piena estate Neozelandese da una certa soddisfazione, decollare con la neve che scende dal cielo sopra Malpensa ed atterrare con 28°C e mettersi subito in maglietta direi che non ha prezzo. La scelta è caduta sulla Scout 3 (e relativi pantaloni omonimi abbinati) perché ero sicuro che mi sarei trovato ad affrontare sbalzi di temperatura notevoli, con serie possibilità di pioggia.
Come ho già avuto modo di dire guidare nella splendida Nuova Zelanda, può anche a volte voler dire affrontare quattro stagioni in un giorno. Se dal punto di vista precipitazioni siamo stati fortunati (due sole mezze giornate di pioggia intermittente in dodici giorni on the road), dal punto di vista sbalzi di temperatura le mie previsioni sono state azzeccate. Ho affrontato i 28° della partenza da Christchurch, per scendere fino ai 10° del Mt. Cook, passando per una gamma di temperature che in media giornalmente passavano da 14 a 25 gradi pomeridiani. Il range di temperatura ideale per la Scout. A dirla tutta avevo con me anche le imbottiture interne sia della giacca che dei pantaloni, ma le usate solo in una occasione, l’ultimo giorno di viaggio poiché abbiamo fatto parecchi su strade di montagna km con le temperature che non salivano oltre ai 10/11 gradi. Per il resto, in questo viaggio abbiamo indossato il completo sempre sfoderato.
Per il colore di questa giacca Clover Scout 3 abbiamo scelto il classico nero/grigio/ghiaccio con inserti rossi che ci piace un bel po’, mentre per il pantaloni un total Black che oltre ad incontrare il mio gusto cela molto bene l’accumularsi (inevitabile) della sporco in due settimane consecutive di viaggio. La Scout è leggera, anche con paraschiena interno inserito, tanto che come detto, l’ho indossata anche per la trasferta aerea. Una cosa che mi è piaciuta molto è la possibilità di “cucirsela addosso” agendo su tutte le regolazioni presenti, sia sulle maniche che in vita/fianchi. Perdendo così solo cinque minuti davanti allo specchio nel sistemare le fibbie di regolazione, non solo il fit è più gradevole, ma si evita che la giacca si gonfi troppo e faccia effetto “omino michelin” anche con i pannelli di aerazione aperti; si perché sul petto e spalle ci sono 4 pannelli apribili per favorire la ventilazione nelle giornate calde e vi assicuro che li abbiamo usati all’occorrenza con somma soddisfazione, anche perché il giro d’aria è favorito dall’espulsione sulla schiena.
Due dei pannelli di ventilazione possono essere usati all’occorrenza anche come tasche. La cosa nella è che anche con “tutto aperto” la giacca rimane impermeabile, grazie alla presenza della membrana “Aquazone”. Polsini e collo sono regolabili con chiusure a velcro, che io non adoro particolarmente, ma la cui comodità, soprattutto per la chiusura collo magari con guanti pesanti, non si discute. Come potete vedere dalle foto ho guidato una GS 800, quindi posizione di guida eretta o quasi, col collo dritto, condizione che favorisce l’afflusso di aria sul collo, ma che la scout contrasta in maniera soddisfacente, ma confesso di usare lo scaldacollo anche in estate.

I tasconi sono capienti ed impermeabili, quasi un peccato averne solo due, ma le tasche interne completano la dotazione di tutti i “vani” occupabili. Se poi indossate come me il completo, i tasconi tipo “cargo” dei pantaloni scout aggiungo ulteriore capacità di carico, ammesso e non concesso che riempire completamente 4 super tasche sia una buona idea. Durate il viaggio abbiam beccato anche vento forte e come dicevo anche una “doccia” notevole di un’ora che ci ha accompagnato lungo tutta la Otago peninsula. Devo dire che la Scout III non ci ha deluso. Dove forse accusa il colpo, più i pantaloni che la giacca, è quando la temperatura sale tanto e magari si sta camminando giù dalla moto….ecco li la membrana impermeabile fa un po’ da “tappo” e si suda un po’. Attenzione però sto parlando di temperatura sopra i 28 gradi.
Il collegamento tra giacca e pantaloni è affidato ad una “fibbia” (non so come altro definirla) con chiusura a velcro, mentre la cerniera a fondo giacca è opzionale e va poi cucita. Ecco, per un pigro come me averla di serie sarebbe il top..perchè lo so già che non la farò mai cucire. Un ultima cosa apprezzabile sono gli inserti catarifrangenti per aumentare la visibilità in scarse condizioni di luce. Tirando le somme, al di la della soddisfazione di provare anzitempo una giacca che nasce per la stagione 2019, do un giudizio positivo al completo Scout, sia dal punto di vista meramente soggettivo del design e dell’aspetto, sia da quello più serio e pratico di una giacca che offre protezione agli agenti atmosferici e promette sicurezza passiva elevata.

Come sempre in questi casi evidenzio che un test di 12 giorni consecutivi e 3.700 km simula tranquillamente più di un anno di utilizzo in condizioni normali, a meno che come me tu non scelga di usarla tutti i giorni anche per andare al lavoro, anche con clima avverso. Non credo te ne pentirai.
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Fagna

Ghost un nome che è già un programma e che su questo casco di Caberg Hemets è perfetto: look deciso, particolare, aggressivo ma elegante.
Un casco che si posiziona fuori dal coro; un Jet ma con visiera e musetto che contribuiscono a renderlo unico e più protettivo.