Il pilota più vincente della Superbike dice addio alle corse, restano le motivazioni, ma mancano i mezzi per stare al top. Il leone sa quando è il momento di lasciare.
Lo abbiamo conosciuto quando in Superbike, in sella alla Honda CBR1000RR del team Ten Kate alla fine della stagione 2008, si faceva largo sgomitando tra i piloti che lottavano per il mondiale. I primi anni di Superbike per Johnny erano costellati di dimostrazioni di un carattere spigoloso, che spesso gli hanno attirato critiche e antipatie da parte dei colleghi, ma che non hanno mai scalfito quell’incrollabile fiducia o intaccato quel sogno di salire sul gradino più alto del podio.

Jonathan Rea, sei volte campione del mondo della Superbike, 119 gare vinte, 264 podi, 459 gare disputate, passando dall’epoca d’oro delle derivate al modello Dorna, dalle derivate quasi prototipo alla Superpole Race, sempre trovando il miglior modo di mettere in pista tutto il suo talento. Johnny ha deciso di ritirarsi alla fine della stagione 2025, pesa l’impossibilità per un pilota vincente del suo calibro di trovare una moto sulla griglia 2026, che gli permetta di competere con i migliori. Pesano gli ultimi due anni in sella a Yamaha, con la quale non ha mai trovato il feeling giusto, pesano tanto da averlo fatto sparire dai radar degli appassionati e delle case, quelle rimaste in Superbike. Una scelta azzardata forse quella di abbandonare la casa che lo ha aiutato a vincere tanto.
Da pilota spigoloso a personaggio carismatico, ma scomodo
“Nel corso della mia carriera, ho sempre avuto un solo obiettivo: vincere. Questa mentalità ha definito chi ero. Non ho mai corso per fare numero. Ho corso per essere il migliore È giunto il momento di ascoltare il mio corpo, la mia mente e, soprattutto, il mio istinto. Se non posso correre per vincere, allora è il momento di fare un passo indietro.”
Nei sei anni in cui Rea ha fagocitato sei titoli mondiali si pensava fosse invincibile, tanta era la facilità e la disinvoltura con cui prevaleva su tutti. Ha sconfitto i pregiudizi di pilota troppo duro in pista, veloce ma senza la mentalità di chi vince i mondiali, ha costruito l’immagine di un campione ingordo ma capace di gesti di fair-play, ha dato più notorietà di chiunque altro ad una terra dove le corse si fanno sulle strade.

Per farlo ha dovuto correre anche contro il sistema, anno dopo anno ha infranto i tentativi regolamentari atti a ridimensionare le sue capacità in pista, basti ricordare che gli interventi di depotenziamento progressivi sulla moto in corso di stagione sono nati per arginare le sue continue vittorie in Superbike. Oggi sarebbe come pensare che la Dorna decidesse di intervenire sulla Ducati GP25 ogni tre gare per arginare il dominio di Marc Marquez e della Ducati, impensabile.
Jonathan Rea pilota simbolo della Superbike che voleva essere protagonista
Misteri della Superbike, che al suo più lucente campione, colpevole insieme a Kawasaki di aver contrastato l’idea di una Superbike povera, dedicano sul suo sito un piccolo riquadro, lui che è mr. six time, il pilota che la SUperbike avrebbe dovuto far diventare il suo uomo immagine. Misteri di una Superbike così ben promossa a livello mediatico che i siti di settore gli dedicano un riquadrino in mezzo a tanti altri. Certo la polemica non dovrebbe far parte dei festeggiamenti per la fine di un percorso di cui lo stesso Rea dice di essere fortemente orgoglioso, ma quando la polvere si posa a terra solo una cosa resta, l’immagine degli eroi di questo sport.

Tutti schierati su due ali sulla pit lane, signore e signori passa il re della Superbike Jonathan Rea.
Prossimo appuntamento con la MotoGP è in Catalunya.