Si presenta così in questi giorni il blasone Suzuki, è ancora una storia di grandi uomini quella delle aziende motoristiche giapponesi, che hanno saputo forgiare fortune insieme alle nostra passione.
A molti fregherà poco, tanti non capiranno, perché in fondo le moto giapponesi sono quelle senz’anima, sono le moto usa e getta. Le abbiamo considerate per anni così, le brutte copie di quelle nostrane, i marchi “industriali”, contro le nostre sinuose creature italiche o europee.
Ma poi muore un certo Osamu Suzuki, 94 anni, al timone dell’omonima azienda per 40 anni, tra alti bassi, uomo che ne ha forgiato le fortune, uomo del destino per Suzuki, lui che un Suzuki non era. Dalle nostre parti si dice “uomo che aveva appeso il cappello”. Al secolo Osamu Matsuda, una volta sposato con Shoko Suzuki figlia dell’allora patron Shunzu Suzuki, come accade in Giappone in assenza di eredi maschi, il genero assume il cognome di famiglia.
Avete capito il furbacchione? Il nostro amico Osamu?
Eh ma poi Osamu non si è voluto fermare al cappello, e invece di spassarsela con i soldi di famiglia, come accade spesso dalle nostre parti, decide di prendere la Suzuki e fargli fare fortuna. Negli anni 80 si inventa il mercato indiano e Suzuki diventa un’azienda automobilistica a livello della concorrenza nazionale.

La verità è che il Giappone ci è gemello nella passione che ci piaccia o, in molti casi, no. Siamo le nazioni che hanno più marchi motociclistici in attività, ma la verità è che i marchi giapponesi, impregnati di una filosofia e di una tradizione di grande spessore, dal punto di vista della resilienza ci hanno fatto il c@lo. Mentre le Ducati, Moto Guzzi, Moto Morini, MV Agusta, Aprilia, Benelli, Ferrari, Maserati, Lancia e… ma si mettiamo anche le Fiat, passavano di mano, Osamu è sempre stato lì, sul ponte di comando, il sciur Suzuki!
Chi vi scrive è suzukista DOP! DOP perché è bene che siamo protetti, noi che abbiamo amato e amiamo queste moto a volte dall’estetica un po’ "differente", che non vogliono assomigliare a nessun’altra, con quelle estetiche che avrebbe amato forse Proust che diceva che “le belle donne”, o moto, “sono per gli uomini privi di fantasia”. Non che le Suzuki non lo sia... ma... in modo più originale. La mia prima Suzuki è stata una GSX-F, da qualcuno soprannominata c@lo di gallina, stupenda! Poi un SV che si diceva montare un bicilindrico a V senza DESMO in copia a quello a L di Ducati, oggi che Ducati si presenta con la grande novità ad EICMA di un bicilindrico a V senza Desmo.
Il desiderio poi può avere il suono di un vero e proprio emblema, quella magnifica leggenda del marchio GSX-R, Gixxer per gli amici, approdato anche in MotoGP vincendo velocemente un titolo con la moto forse, anomalamente, più bella del lotto. Perché se anche ormai mi emoziono per qualsiasi bella moto di qualsiasi brand, come la bella ragazza che ti sorride al bancone di un locale, solo Suzuki mi fa sentire a casa, mi fa provare forte gioia o forte delusione quando un nuovo modello è emozionante o deludente, senza mezze misure. Sono ancora e sarò sempre un suzukista.
Quindi che dire se non arigatò senpai Osamu.