Già noi, motociclisti nati negli anni '60, che ora abbiamo sessant’anni o giù di lì, noi del secolo scorso, di tempi passati e mai dimenticati.
Noi che siamo nati con la TV in bianco e nero che aveva solo due canali, più la Svizzera e Capodistria, il telecomando era il più piccolo di noi che andava all’apparecchio a cambiare canale e su quello schermo abbiamo visto lo sbarco sulla Luna.
Noi che andavamo a scuola a piedi o in bicicletta senza che la mamma ci accompagnasse, giocavamo nei campi finché non faceva buio o le urla dei genitori non ci chiamavo a cena. Braccia e gambe coperte di croste e cicatrici, segno della nostra libertà e del vissuto, le sbucciature passavano con un po’ di saliva o unguento della nonna e se non c’era sangue “Non è nulla!”.
Velocissimi a schivare le ciabatte lanciate dalla mamma dopo qualche marachella e abili a farci perdonare subito dopo, noi che bastava una parola di papà per far finire ogni discussione.
Noi che appena compiuti i quattordici anni, anche prima però, guidavamo il motorino del nonno senza patente, senza assicurazione e senza casco, come sempre senza casco abbiamo vissuto i nostri primi viaggi in moto, senza protezioni, senza ABS e senza soldi sempre, ma che bastava 10000 Lire per fare il pieno di libertà.
A diciott’anni abbiamo fatto la patente sulla Fiat Ritmo 60 e la stessa patente a ventuno ci permetteva di guidare qualunque moto.
Noi sulle nostre 125 due tempi che sognavamo le Laverda, le Guzzi e le Giapponesi che vedevamo sui giornali o al Salone del Ciclo e Motociclo a Milano.
Che giravamo l’Italia e l’Europa con la Vespa e si andava a Capo Nord con l’XT550; senza navigatori, la cartina stradale e via, in bocca qualche parola d’Inglese imparata dalle canzoni, eppure siamo sempre arrivati e tornati a casa.
Ascoltavamo la musica su radio con la lancetta per la sintonia, con i giradischi a 45 e 33 giri e poi sulle musicassette dove arrotolavamo con la Bic. Dai walkman uscivano le note dei Beatles, Genesis, Rolling Stones, Who, ecc. e anche i nostri italianissimi cantautori; le stesse canzoni che poi strimpellavamo con la chitarra, cantando stonati, in spiaggia attorno al fuoco.
Noi che abbiamo regalato un anno di vita allo stato in un servizio di leva che non serviva sicuramente a farci diventare buoni soldati, ma ci formava come persone capaci di stare in mezzo agli altri di regioni, ceti sociali, modi di vivere diversi dai nostri, ci insegnava a sopportare le avversità e l’importanza dei ruoli e delle responsabilità.
Noi che per trovarsi bastava un punto di ritrovo e ci si trovava sempre e comunque, il telefono era quello con la rotella, cercavamo i numeri sulla rubrica telefonica e quelli di casa, dei parenti e degli amici ce li ricordavamo a memoria, ci bastava un gettone e non ci sentivamo persi.
I nostri social erano i diari, il muretto, l’Oratorio, posti dove ci riunivamo in numerose compagnie e le parole avevano ancora il sopravvento e un valore vero.
Noi ribelli sempre ma con valori ben chiari, che rispettavamo le regole e le autorità, che sapevamo chiedere scusa, prenderci la colpa senza mai darla ad altri.
Noi che si adattati alle nuove regole alle modernità, alle comodità, ma che rimaniamo temprati, duri come il pane raffermo, da un passato fatto di un’infinità di esperienze e di ricordi che nessun hard disk potrebbe mai contenere.
Noi che siamo sopravvissuti nonostante tutto, siamo stati forgiati e non abbiamo ancora voglia di smettere di crescere.![]()