Quelle serette di quasi Estate, di quel Giugno che ha il potere di colorare le campagne in giochi di verde e giallo, un preludio alla mietitura.
Quell’orario dove il caldo comincia a mollare la presa, c’è ancora chiaro, magari con la Luna che spunta timida a Est ancora mimetizzata nell’azzurro del cielo.
Quella luce calda, cara ai pittori e ai fotografi, che allunga le ombre disegnando la nostra sagoma nel nostro andare.
Quante volte ho percorso quelle strade che si perdono in provincia verso il niente, la striscia d’asfalto che solca i campi coltivati dove non c’è logica continuità apparente, solo la testimonianza di un lavoro faticoso, probabilmente il più antico del mondo.
In questo lento andare inevitabile perdersi con lo sguardo in quello sparpagliato grano che con il suo giallo già mette allegria e nello stesso tempo rilassa.
Gli ultimi raggi del sole che brillano sulle cromature in una danza di luce.
Il nostro incedere in questa terra immobile dove solo il volo di qualche airone può smuovere questo splendido quadro.
Quel grano sparpagliato di Van Gogh che Roberto Vecchioni ha citato nella sua “Vincent”.
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